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Economia, imprese, lavoro nel post Covid 19

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COVID-19 UN ANNO DOPO.
ECONOMIA, IMPRESE, LAVORO
Alcuni spunti di riflessione delle Acli del Veneto

E’ trascorso un anno e mezzo dallo scoppio della pandemia, la nostra società è cambiata e con queste trasformazioni tutti ci troviamo ora a confrontarci, ridefinirci, evolvere. Alcuni dati ci aiutano ad inquadrare la situazione, così da delineare un contesto che tenga conto dei distinguo, delle complessità.

IL QUADRO MONDIALE

A causa della profondità e pervasività del Covid – 19, per la maggior parte dei Paesi del mondo il 2020 è stato un anno di forte contrazione dell’economia. Complessivamente il Pil si è ridotto del 3,3% dopo l’espansione del 2,8% registrata nel 2019. Non ci sono precedenti nella serie storica di una caduta mondiale così accentuata, nemmeno al confronto con la crisi del 2008. L’asimmetria mondiale è comunque evidente tra i paesi ad economia avanzata che hanno perso il 4,4% e i paesi emergenti che hanno perso solo il 2,2% e già ora hanno ampiamente superato il momento di crisi precedendo il vecchio continente nella ripresa. Le previsioni per l’anno in corso parlano a livello globale di un +6% e di +4,4% nel 2022.

IL QUADRO EUROPEO

Quanto accaduto in Europa è addirittura più marcato che rispetto al resto del mondo: -6,9% del Pil dove si distinguono i quattro paesi: Italia (-8,9%), Francia (-8,2%), Germania (-4,9%), Spagna (-11,0%) con cadute molto diversificate. Migliorano però le previsioni delle economie Ue per effetto di un maggiore slancio di crescita prevista per la seconda metà del 2021 e tutto il 2022; accelerazione delle vaccinazioni e allentamento delle restrizioni rappresentano i punti di forza della ripresa economica che dovrebbe acquistare slancio durante l’estate. Il prossimo anno il Pil italiano dovrebbe assestarsi al 3,6%, a differenza di Germania (3,4%), Francia (4,2%), Spagna (4,7%).

IL QUADRO ITALIANO

Il confronto fra tutte le fonti che forniscono previsioni sull’economia nazionale concordano nel sottolineare che il calo del Pil nel 2020 è senza dubbio più accentuato rispetto all’area euro, ma il recupero nel 2021 e 2022 sarà pressochè in linea con l’Unione europea. L’oscillazione è tra il 4 e il 4,7%.

Andando nel dettaglio, la caduta ha riguardato il -7,8% per la domanda interna; -10,7% per i consumi delle famiglie; -9,1% per gli investimenti; -13,8% per le esportazioni.

L’export ha registrato una perdita maggiore rispetto a quella evidenziata nel 2009, ma il ritorno ai livelli pre-crisi appare decisamente più rapido. La spesa per consumi di beni è calata del 6,4% e quella per i servizi del 16,4%. E’ peggiorato il potere d’acquisto delle famiglie, ma è aumentato il loro risparmio privato. Sarà interessante capire come le famiglie che hanno trattenuto questa liquidità potranno riversarla poi nei consumi. Dal punto di vista dell’occupazione, da febbraio 2020 a febbraio 2021 secondo le stime Istat la caduta è stata il -945 mila unità, pari al -4,1%. La diminuzione coinvolge uomini e donne, dipendenti (-590 mila) e autonomi (-355 mila) e ogni classe di età. La flessione ha interessato tutti i macrosettori: -11% nei servizi, -10,2% nell’industria, -8,7% nelle costruzioni, -2,3% nell’agricoltura.

IL QUADRO VENETO

Nel 2020 la caduta del Pil è stata molto più alta, rispetto al quadro nazionale ed europeo (-9,3%). Nel 2021 si stima che questo dato si assesterà a +5,6%. La domanda interna si è fermata a -9% (+5,9% nel 2021); i consumi delle famiglie -11,1% (+5,2% nel 2021); gli investimenti fissi lordi -9,1% (+11,1% nel 2021); l’export -10% (+6,7%).

Il 74% delle imprese manifatturiere ha dichiarato una perdita di fatturato (-7,4% la contrazione media, più contenuta della caduta del Pil). Le medesime imprese hanno rilevato un incremento del prezzo delle materie prime (+12,7% rincaro medio). E’ crollato il manifatturiero soprattutto nei settori della componentistica auto, moda e metallurgia; ma dati negativi li troviamo anche nel legno arredo e carta, stampa, editoria. Sono state colpite soprattutto le piccole imprese (tra 10 e 49 addetti).

Nel primo trimestre 2021 si registra una ripartenza con slancio della produzione industriale in Veneto (+12%), anche se non per tutti i settori di attività (occhialeria ripartita di slancio; metalmeccanica, metallurgia hanno avuto variazioni più contenute).

Secondo Veneto Lavoro la pandemia ha comportato un saldo occupazionale di -11.400 posizioni di lavoro dipendente (+26.500 nel 2019) soprattutto per contratti di lavoro stagionale e a termine. Le misure messe in campo dal Governo hanno mantenuto pressochè costante il dato dei contratti a tempo indeterminato. Tra gennaio e aprile 2021 il saldo è +18 mila (era + 44 mila nello stesso periodo del 2019). Il calo ha colpito le province di Venezia e Verona, ad elevata propensione turistica. Le perdite rispetto al 2019 sono concentrate nei servizi turistici (- 15.400 posizioni di lavoro, il% della perdita complessiva), ma anche nel commercio al dettaglio, nel tessile abbigliamento, nella logistica, nel meccanico e nell’occhialeria. La quasi totalità delle imprese non prevede licenziamenti dei dipendenti. Solo il 7,1% pensa di andare incontro a questa ipotesi.

IN RAPIDA RIPRESA

 

  • Il recupero occupazionale dopo la profonda crisi iniziata nel 2008 è avvenuto grazie anche ad importanti modificazioni delle prestazioni lavorative (forte crescita del part time e dei contratti a termine) e ad una tendenziale riconfigurazione in chiava terziaria del sistema produttivo, trainata dall’insieme delle attività dei servizi legati in senso ampio al turismo.
  • Le attese di crescita dell’economia, grazie all’attenuarsi della virulenza del Covid – 19 con l’avanzare della stagione estiva oltre che all’espansione della copertura vaccinale, lasciano ben sperare anche per la situazione occupazionale.
  • Alle incertezze complessive di scenario (inflazione, aumento dei costi delle materie prime etc…) si aggiunge in questo caso il prospettato venire meno delle misure di salvaguardia occupazionale. E’ evidente che le giornate di lavoro perse nel 2020 e nella prima parte di quest’anno non verranno recuperate. Rispetto ad un anno “normale” mancano all’appello circa 30.000 licenziamenti, anche se va tenuto conto del ridotto turnover avvenuto durante tutto il 2020 così come del parziale “congelamento” della natalità aziendale (come pure della mortalità).
  • C’è un problema di offerta di lavoro specializzato che supera la domanda; un problema di formazione aziendale continua e di riqualificazione dei lavoratori che hanno perso il lavoro; ed un problema di orientamento al lavoro delle nuove generazioni che andrebbe affrontato.
  • Lo scenario presentato è “rincuorante” rispetto alla narrazione fatta dai media di qualsivoglia tipo e al confronto con i dati della crisi del 2008.
  • A fronte di aziende che cercano lavoratori, ci sono però persone che rifiutano occupazione perché ormai abituate a vivere di sostegni, aiuti, lavoro nero… Il mercato del lavoro è evidentemente “drogato” dalle misure di sostegno al reddito straordinarie messe in atto con la pandemia. Non abbiamo dati specifici su questo scenario ma l’impressione è corroborata dall’esperienza reale. E’ pur vero che le imprese cercano lavoratori con skill/competenze medio-elevate (indagine Unioncamere Excelsior) e su questo fanno fatica a trovare le professionalità richieste. Questo tema si collega alla formazione e riqualificazione su cui serve fare adeguato investimento in termini di politiche attive del lavoro.

 

 

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