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Balcani: le vite dei migranti "sospese"

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La Bosnia Erzegovina si conferma una nuova deviazione della cosiddetta Balkan Route. L'ennesimo collo di bottiglia che i migranti diretti in Europa cercano disperatamente di attraversare, su una rotta migratoria che di fatto non si è mai arrestata, nonostante le

politiche di chiusura e respingimento.

Nei giorni scorsi, le Acli di Treviso hanno partecipato alla delegazione di Ipsia che ha visitato le aree della Bosnia Erzegovina dove l'ong delle Acli è operativa in attività di aiuto e sostegno ai migranti.

Destinazione: Europa

“A partire dalla primavera 2018, lungo la cosiddetta Balkan Route, si è aperta una nuova rotta migratoria che dalla Turchia mira all'Europa, fermandosi in Bosnia Erzegovina”, confermano in un articolo su Unimondo.org Fabio Pipinato, vicepresidente nazionale di Ipsia, e Silvia Maraone, responsabile di Ipsia per i progetti con i migranti.

Da quasi due anni – spiegano – con le frontiere chiuse in direzione nord, verso l'Ungheria e la Croazia, migliaia di migranti si trovano ormai bloccati nei campi profughi in Grecia e Macedonia, impossibilitati a proseguire, oppure in Serbia, dove Ipsia è attiva da un anno e mezzo con interventi di sostegno psico-sociale nel centro di transito di Bogovadja.

Da qui, per molti la prospettiva è una sola: varcare i confini illegalmente. Una parte verso l'Albania e il Montenegro. Un'altra varca la frontiera tra Bosnia e Serbia dirigendosi verso i confini nord-occidentali con la Croazia, “nel tentativo di raggiungere Slovenia, Italia, Austria e proseguire il loro viaggio verso il nord Europa”.

I nuovi “punti caldi” dell'emergenza migranti

La maggior parte degli arrivi si concentra intorno a Sarajevo, ma la situazione più critica investe gli insediamenti informali intorno alle cittadine bosniache di Bihać e di Velika Kladuša, a ridosso della Croazia.

Secondo l’Unhcr, ad oggi, in questa regione amministrativa si contano 3.500 migranti, con arrivi quotidiani di 60-80 persone, riportano Fabio Pipinato e Silvia Maraone: “La maggior parte di queste si trova a Bihać, dove sono stimate circa 2.000 persone, molte delle quali donne e bambini”.

Fino a giugno sono stati 7.600 gli arrivi in tutto il Paese (dati Unhcr): “Persone provenienti da Pakistan (30%), Siria (17%), Afghanistan (12%), Iran (11%) e Iraq (10%), ma anche nordafricani e nepalesi. E i numeri reali sono probabilmente maggiori, considerato che quelli ufficiali si basano sui dati raccolti dalla polizia bosniaca, che consegna ai migranti intercettati una specie di “foglio di transito” che ne legalizza la presenza sul territorio nazionale per 15 giorni”.

Tutto questo avviene in un contesto di sostanziale impreparazione da parte delle istituzioni, e “di disinteresse politico per le condizioni di vita dei migranti,” con solo tre centri di accoglienza statali.

Dalla scorsa primavera, i migranti trovano un alloggio precario nel campo di Borići – nei pressi di Bihać – gestito durante l’estate dalla Croce Rossa locale, con il supporto di un paio di volontarie del Servizio civile internazionale e del Corpo civile di pace di Ipsia.

Il campo si trova all'interno della Đađki dom, un edificio incompleto “che sarebbe dovuto essere una casa dello studente, ma che è stato abbandonato allo scoppio della guerra degli anni '90”. Sul cemento nudo “i migranti si accatastano su ogni piano: dormono dentro questo scheletro con le tende e i sacchi a pelo per ripararsi dalla pioggia che entra dalle finestre senza vetri e cola dalle solette marce”.

Non va meglio a Velika Kladuša, poco più a nord e a soli 4 chilometri dalla frontiera croata. Si stimano almeno mille presenze, riporta Ipsia, di cui 500 alloggiate nel campo informale accanto all'autostazione, concesso dalla municipalità. Il resto si accampa nei boschi.

Strutture fatiscenti, senza acqua calda e malsane

“Per cause strutturali le condizioni igienico-sanitarie sono in continuo peggioramento in entrambi i campi. Nell’ex-studentato di Bihac, sono state allestiti all’esterno docce e bagni chimici, oltre che un container con lavatrici”. La Croce Rossa locale garantisce tre pasti al giorno, servizi igienici, distribuzione di vestiti, coperte, tende e prodotti per l’igiene personale.

“Ma manca l'acqua calda e l’edificio nel quale sono ospitate le persone è fatiscente e parzialmente crollato: non offre riparo dal freddo o dalla pioggia e oltre alla struttura in muratura sono state montate tende da campo e da campeggio”, sono le preoccupazioni sollevate dagli operatori di Ipsia, considerando le temperature rigide che si registrano durante l'inverno. “A settembre, l'Oim – l'organizzazione internazionale per le migrazioni – ha iniziato dei superficiali lavori di ristrutturazione che prevedono la chiusura di tetto e finestre”.

A Velika Kladuša invece manca un coordinamento. Solo la presenza quotidiana di piccole Ong e associazioni europee, con risorse più scarse, riesce a fornire generi di prima necessità e due pasti giornalieri, quando possibile. “Nel prato di Kladuša, ci sono solamente tre bagni chimici, due docce fredde e l’elettricità arriva tramite un generatore a orari discontinui,” conferma Ipsia. “Tra i maggiori disagi, il propagarsi di scabbia e le infestazioni di pulci e pidocchi”.

“Ogni giorno vengono riportati incidenti ai confini con la Croazia”, riferiscono Fabio Pipinato e Silvia Maraone citando le sistematiche violenze e aggressioni ad opera della polizia croata, segnalate da attivisti in loco, ma accertate anche da Medici Senza Frontiere.

Non è un “gioco”

The Game. Giovani uomini, donne sole, intere famiglie di migranti, chiamano così – 'il Gioco' – il loro tentativo disperato di attraversare un confine alla ricerca disperata di un'occasione per ricominciare,” racconta Laura Vacilotto, presidente provinciale delle Acli di Treviso che ha preso parte al monitoraggio sul campo.

“Il viaggio di queste persone verso un futuro incerto rappresenta un tempo e uno spazio 'sospesi'”. Come se le loro esistenze restassero invischiate in questo “gioco” spregevole: un percorso a ostacoli estremamente arduo da superare e colmo di difficoltà e incertezza.

“Nel migliore dei casi si attraversa il confine,” conclude Laura Vacilotto, “e ci si avvia ad una nuova vita, con la consapevolezza di aver perso tanta parte di sé in questo tragitto. Molto spesso il 'gioco' si interrompe e a perdere siamo tutti: i migranti, le comunità locali, gli Stati. Abbiamo perso la possibilità di vivere una vita libera”. E la vita umana non può ridursi a un meschino gioco a perdere.

Puoi leggere l'articolo in versione integrale su Unimondo.org.

Foto di Marta Pavan.

 

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